14 NOVEMBRE PER LA SCUOLA E LA CULTURA-La rabbia esplode

di Riccardo Brezza

 

È stato un 14 novembre di lotta, di manifestazioni, di scontri. È stata una giornata di collettiva ripresa di coscienza, di repressione e di violenza.

Non c’è via d’uscita, nel silenzio assordante del mondo istituzionale e politico va in scena in tutta Europa la de umanizzazione del conflitto, dello scontro e del confronto. La piazza è lo spazio del confronto, il vandalismo ne è la misura, la violenza dello stato la risposta.

Siamo allo sfascio dell’Europa. Perché la politica non risponde, fa parlare la Bce, l’FMI.

Oggi ho pensato a questo. Guardando le immagini e i video che arrivano da tutta Italia e da tutta Europa.

Uno sciopero che dice la rabbia e l’ingiustizia che stiamo vivendo, l’ingiustizia di un’austerità imposta da un sistema economico e politico ormai insostenibile; che aggredisce le fondamenta del vivere sociale e democratico. L’Europa non ha scelta: o morirà sotto la Troika o rinascerà con gli stati uniti d’Europa e un nuovo senso civico che deve passare per forza da un rinnovato e più forte stato sociale.

Leggo le notizie che arrivano da Milano, Firenze, Pisa, Bologna, Torino. Vedo i manganelli, le bombe carta, vedo gli studenti, i professori e i lavoratori italiani. Ripenso che la nostra palestra di coscienza critica è stato proprio il movimento studentesco, l’Onda del 2008. So che ci sono ancora migliaia di studenti che vogliono il bene di questo nostro paese, che lo vogliono migliorare, che vedono nella piazza uno strumento di protesta costruttiva, un megafono ideale.

Ma so che ve ne sono altri che intendono la violenza come legittimo strumento politico, vedono nello stato un nemico e lo vogliono abbattere nei suoi simboli.

Vedo l’incapacità al potere. E mi arrabbio. Perché c’è chi si impegna come me da qualche anno nei partiti, nelle associazioni, nel mondo civico. Si impegna perché crede ancora in questo paese e nella sua democrazia. Si impegna in prima persona, ci mette la faccia, a volte per rappresentare qualcosa che non è degno, che vogliamo radicalmente diverso,  ma che capiamo essere l’unico argine alla violenza, all’autoritarismo.

C’è una ragazza a Roma o forse a Madrid o in Val di Susa ora non ricordo, è sporca di sangue sul viso, ha bisogno di cure, nessuno le va incontro, nessuno l’aiuta. Cerca con lo sguardo qualcosa o qualcuno che la possa liberare dalla sua sofferenza e da quel senso di abbandono che avverte. Ha paura, del presente e del futuro. I suoi occhi si posano su un balcone, vede due bandiere: quella italiana e quella europea. Allora sogna, sogna un paese dove la politica sia strumento di mediazione del conflitto, dove la violenza sia stigmatizzata da tutti, dove lo stato sia una forma di esistenza comunitaria e giusta. Sogna un paese dove la scuola sia posta al centro, assieme alla cultura, alla ricerca, al lavoro e all’attenzione agli ultimi. Sogna un Europa dove la cittadinanza non sia un privilegio ma un diritto che garantisce dignità.  Sogna che il suo impegno quotidiano possa modificare l’esistente e non si trasformi in rabbia cieca verso un futuro che nessuno più capisce.

Sogna, ma subito viene riportata nel mondo reale. Scoppia una bomba carta,  la polizia con i manganelli fa rumore sugli scudi, parte una carica violenta, deve correre, deve scappare.

In quella piazza, non c’è spazio per chi sogna. Ti devi arrabbiare, devi farlo in fretta, devi urlare più degli altri.

Di fronte a tutto questo, prendete parte, impegnatevi, date il vostro contributo, SVEGLIATEVI!

Non basta la piazza, ci vuole una casa, dove vivere, immaginare e costruire il nostro futuro. Più giusto, libero e fraterno.

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